Aiuto sto male

aiuto sto male

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

Quant’è difficile formulare una richiesta così esplicita?

Intendiamoci, non è così universalmente complesso ma è possibile che per qualcuno lo sia. In realtà, se ci pensiamo ci viene piuttosto facile dire che stiamo male quando abbiamo bruciore di stomaco, emicrania o gola irritata. Per quali patologie quindi è più difficile dire “aiuto sto male”? La categoria delle psicopatologie, anche dette malattie mentali, rientra a mio avviso fra queste.

Sofferenza psicologica e malattia mentale

Per semplificare, pensiamo all’influenza. Cosa accade prima che il quadro si conclami? Ci iniziano a bruciare gli occhi e la gola, sentiamo dei dolori diffusi al corpo, un cerchio alla testa, ecc. Riconosciamo tutto il quadro sintomatologico e ci apprestiamo a comunicare ai nostri genitori o al datore di lavoro che abbiamo contratto l’influenza e l’indomani saremmo allettati. In breve, riconosciamo i segnali del quadro patologico, comunichiamo il nostro malessere ad altri e ne prevediamo l’andamento ricorrendo a prendere le dovute precauzioni (astensione dal lavoro, riposo e farmacoterapia).

Vi sentireste tanto capaci di descrivere, come per l’influenza, la spirale che porta ad un disturbo da attacchi di panico? Oppure sapreste riconoscere i segnali di un disturbo da alimentazione incontrollata? O, ancora, riuscireste ad elencare i sintomi di una depressione maggiore? Probabilmente no, a meno che non abbiate sofferto per una qualunque di queste patologie.

Cosa accomuna tutte le malattie mentali che ho citato? Ognuna di queste ha avuto un prima, ossia una sofferenza psicologica o più d’una che hanno costituto terreno fertile per lo sviluppo della psicopatologia.

Perché è tanto difficile dire che sto male e chiedere aiuto

Ci possono essere tantissimi motivi per i quali non riusciamo a parlare di una nostra sofferenza psicologica. Proprio così, hai letto bene! Non serve scomodare nessuna malattia mentale. Quel che non riusciamo a comunicare molto spesso sono proprio le avvisaglie del nostro disagio mentale.

Possiamo avere difficoltà ad ammettere persino a noi stessi l’esistenza di tale sofferenza. La domanda è, perché? Molto semplice, fa paura.

Inoltre, è un’ammissione che può metterci in imbarazzo, può farci sviluppare il timore di essere esclusi dal gruppo di appartenenza e può amplificare il nostro senso di inadeguatezza. A tutto ciò va aggiunto che sappiamo di avere la brutta abitudine di giudicare qualcuno quando lo ascoltiamo (clicca qui per leggere il mio articolo sull’ascolto) e questo non facilita lo svelamento del nostro mondo interiore alle altre persone.

Aiuto sto male – un aneddoto

Immaginiamo questa situazione. Sei un genitore e tuo figlio è evidentemente preoccupato per qualcosa di cui non ti vuol parlare. Passano le ore, gli prepari la cena ma lui rimane deciso a non uscire dalla sua cameretta e condividere con te il suo dolore. Cosa fai? Ti dici che la cena non è poi questa gran cosa, lui è molto più importante. Bussi alla sua porta. Nessuna risposta.

Vieni meno al tuo proposito di non aprire la porta senza il suo consenso, speri non se la prenda per questo. Apri la porta. Pare non prendersela, che strano, non è un atteggiamento da lui. Ti avvicini ed in effetti qualcosa non ti torna. Lui, sempre casino, amici e uscite ad orari improbabili se ne sta lì a fissare oltre lo schermo di un pc spento la parete bianca e spoglia.

Gli dici: «Ehi, tutto bene?» Lui, lo sguardo fisso al muro, impassibile. Tu: «Sai che mi puoi dire se è successo qualcosa… È successo qualcosa a scuola? È tutto il giorno che sei strano…» Lui non dice una parola.

Ora cosa decidi di fare? Ogni genitore a questo punto potrebbe dire la sua; magari ancora prima avreste fatto scelte diverse da quelle raccontate in questa vicenda. Io vi chiedo soltanto, firmereste una giustificazione di assenza scolastica per il giorno seguente se vi si presentasse una situazione simile? Scrivereste nel motivo dell’assenza “stato di angoscia esistenziale”, se dal racconto di vostro figlio capiste che è questo ad affliggerlo? Direi proprio di no. Forse potreste decidere di tenere a casa da scuola vostro figlio (o forse no) con una classica giustificazione del tipo “motivi famigliari” o, ancor peggio, “stato febbrile”.

Gli ostacoli al chiedere aiuto

La vicenda che vi ho appena narrato esemplifica un ostacolo al chiedere aiuto, ossia la presenza nel nostro tessuto sociale di stereotipi e pregiudizi diffusi.

Primo ostacolo: stereotipi e pregiudizi

Per quali motivi non scrivereste quella giustificazione? Pensateci. Sì, proprio quelli: «Chissà che direbbero di me le insegnanti e gli altri genitori. Mio figlio verrebbe deriso in classe se si venisse a sapere una cosa del genere». Quindi? Decisamente meglio optare per soluzioni più socialmente accettabili.

Questo ostacolo è davvero enorme, mostruoso e titanico. Avrei potuto fare una miriade di esempi per stimolarvi a riflessioni simili. Ad esempio, chiedereste mai al vostro capo un giorno di malattia perché avete l’umore basso da settimane e vi trascinate al lavoro senza appetito e in debito di sonno da giorni? Intendo proprio in questi termini e non generalizzando con un “devo aver mangiato qualcosa di avariato” che non convince noi e tantomeno il capo.

Secondo ostacolo: sintonia fra sé e sofferenza

Un altro ostacolo al chiedere aiuto è costituito dal fatto che molte sofferenze psicologiche sono in sintonia con l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Infatti, se fin da che ho ricordo sono stato un mangione, a quarant’anni mi risulterà difficile ammettere a me stesso che ho un problema col cibo. Fin da bambino sono stato rimpinzato tanto che ora mangiare quantità esagerate di cibo mi risulta la norma e le problematiche fisiche, relazionali e psicologiche dei miei comportamenti sono ricoperte dall’idea costante e ingombrante di cibo. Delle frasi tipo potrebbero essere: «Sono sempre stato così». «Il mio peso mi ha sempre impedito di eccellere nello sport, per quello preferisco le attività sedentarie». «Ho avuto qualche storia sentimentale però poi finiva e mi ritrovavo a mangiare, mi sono consolato così da sempre».

Siccome è così da sempre, sarà così per sempre? Non per forza. Però di certo è complesso comunicare la propria sofferenza psicologica quando è così radicata da essere riuscita a divenire una malattia mentale che possiamo odiare fino all’osso ma che in fin dei conti ci rappresenta.

Terzo ostacolo: costo delle cure

Un ulteriore ostacolo è il costo delle cure. Poniamo il caso che siate persone in grado di farvi scivolare addosso quello che gli altri pensano e viviate male la presenza di una sofferenza psicologica o di una patologia da portarvi appresso. Arrivate a sentire il desiderio di prendervi cura di voi stessi. Ciononostante, potreste scontrarvi contro un muro. Come mai?

Che la vostra scelta ricada sul pubblico o sul privato, la verità è che curarsi costa. Oggettivamente costa alla collettività (di cui fate parte) nel caso del pubblico e più direttamente al vostro portafoglio (con ampie differenze) nel caso del privato.

Al di là del punto di vista economico, i prezzi più importanti sono invisibili. Mi riferisco al conto da pagare in termini di energia, impegno e tempo. Scegliere di chiedere aiuto è impegnativo perché una volta fatto può iniziare un lavoro faticoso, che richiede un investimento temporale più o meno protratto e il rispetto di una cadenza costante.

Ne vale la pena? Poi si sta davvero così bene? Si guarisce? Sarebbe falso rispondere a tutte queste domande con un sì. La risposta più corretta è probabilmente che dipende. Dipende dalle caratteristiche innate e apprese del professionista al quale vi affidate, dipende da quanto decidete di investire, nel senso che ormai avete compreso, e da come tutto ciò si amalgama.

Per usare le parole dello psicoanalista Antonio Alberto Semi, di certo c’è soltanto che «il momento nel quale lasciamo la parola al paziente è davvero un momento importante. Non mi piacciono le parole grosse, ma se c’è un momento “sacro” è per me quello nel quale una persona comincia a sentire di poter pensare e di poter comunicare il proprio pensiero» (A.A Semi, Tecnica del colloquio, Raffaello Cortina, Milano, 1985, p. 51)